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Insegnare l’imperfezione

imperIo ho un figlio super preciso. No, non mi invidiate: non ho scritto ordinato! Super preciso a tre/ quattro anni significa tollerare ancora meno della media l’insuccesso, la cosa che non va, come dice lui. Tutti i bambini per un bel po’, credo, non sanno confrontarsi con l’insuccesso. Vogliono sempre vincere, gestire la sconfitta è molto difficile. Il mio è così, come tutti, un po’ di più, purtroppo. Perchè rientra nel repertorio della sconfitta anche la riga storta sul foglio. Del tipo che se il disegno non viene come vuole perché sbaffa il bordo si arrabbia, che se la costruzione non è come dice lui si arrabbia. E via dicendo. Considerate che i problemi di balbuzie che aveva avuto erano dovuti al fatto che a volte non riusciva a dire una frase così come l’aveva pensata e allora per il nervoso si imputava.

Sarà che ho letto questo articolo (e un altro che non trovo!), ma ultimamente mi trovo a pensare spesso che la cosa più importante che io sto facendo per lui è insegnargli ad essere imperfetto. Io non credo molto nella perfezione. Credo di più nell’impegno, consapevole dei limiti di ognuno di noi. So che in parte per lui è carattere – mica è solo figlio mio! – per cui poco ci si può fare, ma almeno provare ad insegnargli a gestire questo suo tratto mi piacerebbe. Perché la perfezione non porta alla felicità. Sarà che son troppo pragmatica, ma ho sempre pensato che finito sia meglio che perfetto, che sbaglia solo chi si prende il rischio di fare, che se la perfezione fosse di questo mondo la vita sarebbe pallosa, che solo gli sbagli ci insegnano veramente qualcosa.
E così mi ritrovo seduta sul tappeto a dirgli di non piangere se la costruzione non è come dice lui. Perché l’importante è divertirsi facendo. Che se il disegno è venuto sbaffato non importa. La prossima volta, se si ricorderà, verrà più bello. Che se non riesca a fare una cosa non importa. Se non ci prova non gli verrà mai. Insomma… un po’ di filosofia del “non fa niente”. A volte ci riesce, a volte no. Immaginate la fatica per me, regina de “L’importante è provare”.

E voi avete mai dovuto affrontare una cosa del genere?

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13 Comments »

  1. Stupenda riflessione e ricchissimo insegnamento…diciamo che da noi succede il contrario, ovvero non insegnere mai a loro la logica della perfezione perché e’ quella che ti porterà all’insoddisfazione sempre e comunque, ma in casa sono io che mi arrabbio quando qualcosa non viene come dovrebbe e Leo mi dice “dai mamma non fa niente a volte può succedere”. Poi diciamo anche che questa frase la usa a suo piacimento un po’ ovunque, tipo quando ne combina una delle use e dice che può succedere…ma qui la perfezione e l’imperfezione non c’entrano, qui e’ un discorso di furbizia e sorvolo..:-)))

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  2. Sì, io ho un figlio un po’ uguale al tuo. Secondo mio padre farei bene a frustrargli a volte, perché le cose secondo il piccolo devono andare in un certo modo. Dovrei imparargli al fatto che le cose non vanno sempre come vorrei tu. Ma lo trovo assai difficile. Confortargli quando è frustrato è una cosa, ma farlo apposto è un’altra cosa. Anche se dire no, ovviamente fa parte della educazione. Come ne pensi tu?

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    • Non capisco bene cosa tu intenda per frustare. Comunque: io non credo che dobbiamo rendergli la vita più dura o più difficile, nè che si debbano mettere dei paletti troppo alti. Il punto secondo me è saper affrontare l’insuccesso, la possibilità di non essere poi così perfetti. Perchè non credo che le cose debbano sempre e per forza andare in un certo modo ad esser sinceri!

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  3. Io ho il problema opposto: più pasticcioni che precisi, più disordinati che ordinati, il grande più del piccolo.
    Suggerimento? Dammi un po’ il tuo piccolino, che a casa mia l’imperfezione regna sovrana e chissà che, magari, per imitazione dei grandoni, non diventi un pasticcione pure lui? 😉
    A parte gli scherzi, probabilmente cerca sicurezza in ciò che dipende da lui. Superare le prove che lui si dà , lo fa sentire più abile e aumenta la sua autostima. Forse commentare in sua presenza (senza che la cosa riguardi direttamente lui) le cose” imperfette” che vedi con simpatia, con allegria, potrebbe dargli un’altra lettura del mondo, anche del suo.
    Non sottovaluto mai i bambini e la loro sensibilità, ci insegnano sempre a prendere tutto seriamente e tutto con leggerezza.
    Magari è solo una fase, ma se caratterialmente è così, è necessario aiutarlo e so che troverai il modo giusto. :))

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  4. Eh, sono riflessioni che portano lontano e che a volte portano anche a mettere in gioco noi stessi come genitori e magari a pensare che involontariamente possiamo essere un esempio ingombrante x loro. Io x lo meno capita mi senta così e quindi cerco di portare la sua (di mia figlia mezzana) ansia da perfezione su un livello emotivo chiedendole cosa prova, Cosa la fa stare bene, cosa pensa quando secondo lei sbaglia…. Insomma cerco di evitare il razionale ma stare sull’emotivo che forse accettano di più… 😉

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  5. Condivido il tuo approccio anti perfezionista, io che sono perfezionista. Ci sto lavorando su 🙂
    A volte un apprezzare un tentativo e accontentarsi di un certo risultato ci farebbero bene, anzichè arrabbiarci perchè una cosa non è venuta perfetta come avremmo voluto.
    C’è anche da dire che ognuno reagisce in maniera diversa alla frustrazione: il mio grande ci rimane male e magari si mette a piangere, il piccolo invece quando non riesce a fare qualcosa come aveva in mente si arrabbia a morte, lancia le cose, a volte tira pugni al fratello quando invece è con sè stesso che dovrebbe prendersela… Che pazienza!

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  6. Ciao Rita Levi Montalcini ha scritto un libro perfetto per i ragazzi, un po’ di tempo fa lo facevano leggere nelle scuole medie si intitola “L’Elogio dell’imperfezione”, magari se glielo leggi la sera, se spieghi a tuo figlio che un premio Nobel ha elogiato l’imperfezione, lui tollererà meglio la frustrazione della non riuscita. Nella vita saper incassare è più importante che saper vincere!

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